Vivi Crotone

giovedì 8 aprile 2010

Centro d'identificazione ed espulsione di Crotone:come un purgatorio senza speranza



centro accoglienza crotone  Cinque mesi di reclusione nel Centro di identificazione e di espulsione di Sant’Anna di Isola Capo Rizzuto hanno cancellato la speranza dagli occhi verdi di Maher. Ventitrè anni, tunisino. Dell’Italia ha visto solo il Cie. È finito dentro appena ha messo piede in Europa. A novembre del 2009, due giorni dopo lo sbarco in Sicilia. Ha pagato duemila euro per regalarsi questo incubo. Per arrivare sull’altra sponda del Mediterraneo passando dalla Libia. Maher ha rifiutato di chiedere asilo politico. Il suo sogno è andare in Germania dal fratello maggiore, che vive lì da quasi vent’anni. Il nostro paese doveva essere solo un luogo di transito.

«Il mio programma è svanito – dice a testa bassa – anche moralmente non ho più forza. Mi sembra tutto un’illusione». Poche parole in arabo, pronunciate a stento con l’aiuto della mediatrice culturale.
Un breve incontro dopo una lunga attesa. La richiesta alla prefettura di Crotone per visitare il Cie di Isola Capo Rizzuto è datata 29 settembre 2009. Tanti mesi per avere l’ok del ministero dell’Interno. Ci vengono concesse quattro ore. Tre delle quali le passiamo nel centro di accoglienza per richiedenti asilo (Cara), scortati da un coordinatore e da un poliziotto.
Negli ultimi preziosi sessanta minuti riusciamo a visitare il Cie. La prima cosa che chiediamo è di raccogliere le storie di alcuni immigrati reclusi. Ci assicurano che è possibile. Prima però bisogna parlare con la direttrice del centro, con il coordinatore, con l’assistente legale e con la mediatrice culturale.
Visitiamo con la direttrice il cortile esterno dei due edifici che costituiscono il Cie, ma la polizia non ci permette di avvicinarmi a nessuno. «Potrebbero scoppiare dei disordini, il nostro lavoro qui è già abbastanza difficile» è la motivazione che danno. Non si può entrare nei dormitori. Al ritorno, per il poliziotto responsabile della sicurezza il nostro tempo è scaduto, dobbiamo andarcene.
Solo dopo proteste e molte insistenze, ci permettono di incontrare Maher. Hanno scelto lui «perché è uno dei più tranquilli». Il ragazzo arriva nell’ufficio della direzione molto scosso. Trema di paura. Il suo disagio aumenta davanti alle nostre domande.
Sa che ha davanti una giornalista ma per lui sono soprattutto una donna sconosciuta. L’ennesimo trauma dopo il viaggio che l’ha catapultato dalla Tunisia non in Europa, come pensava, ma in una dimensione senza tempo, di cui non comprende le regole.
I giorni devono sembrare interminabili per un ragazzo che quasi non ha ancora la barba e condivide gli spazi di reclusione con altri 47 immigrati di diverse nazionalità, tanti con precedenti penali per spaccio e furto.
L’orizzonte quotidiano sono due alte recinzioni. Una è in ferro. L’altra è un muro di cemento. In mezzo c’è un cortile presidiato dalle camionette delle forze dell’ordine. Due palazzine verdi, un tempo alloggi della vecchia base dell’aeronautica militare, poi cpt. Chiuse a maggio 2007 dal Viminale, abbandonate e infine riaperte d’urgenza il 20 febbraio 2009 per trasferirci parte degli immigrati dopo la rivolta e l’incendio nel Cie di Lampedusa.
Fonte: Raffaella Cosentino Il Manifesto
www.calabriaonline.com

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